Lo scrittore che è in noi

“L’incontenibile aumento della grafomania tra uomini politici, autisti di taxi, partorienti, amanti, assassini, ladri, prostitute, prefetti, medici e pazienti, mi dimostra che ogni uomo, senza eccezione, porta in sé lo scrittore come una sua potenzialità, tanto che tutta la specie umana potrebbe a buon diritto scendere per strada e gridare: Noi siamo tutti scrittori! Tutti, infatti, soffrono all’idea di scomparire senza essere stati visti né uditi in un universo indifferente e per questo vogliono, finché sono in tempo, trasformare se stessi nel proprio universo di parole”.

Kundera

scritto da Michela Chessa 22:47 - febbraio 6 2008
commenti (3)

Categorie: letteratura, kundera

Roberto Saviano: la camorra

scritto da Michela Chessa 15:06 - settembre 21 2007
commenti

Categorie: libri, letteratura, camorra, roberto saviano

Coincidenze

Io sono esattamente il tipo di persona, e non ho idea se sia innata prerogativa o acquisita peculiarità, che sorride beffardamente alle coincidenze.
Persino per quanto concerne i piccoli inquietanti casi della vita, non mi spreco a cercare il filo rosso o la presenza minacciosa che dietro vi si cela.

Vi faccio un breve esempio.
Vi è mai capitato di lasciare un oggetto in una determinata posizione e di ritrovarlo poco dopo in un'altra? Convintissimi di non aver spostato l'ipotetico candelabro dall' antica postazione di guardia, ora vi ritrovate a guardarlo in un altro lato della stanza. Le reazioni ad una cosa simile sono molteplici.
Io in un caso del genere agirei come segue: Lo prenderei e lo rimetterei a posto,  proseguendo poi la mia normale attività.
Per chi non crede nei fantasmi la più logica delle ipotesi è quella di una personale o altrui sbadataggine. Fermo restando che, nel caso contingente la sottoscritta, si tratta di un cambiamento di posizione che può essere avvenuto solo nella mezz'ora in cui non è stato guardato l'oggetto e soprattuto è da considerare il fatto che, nella suddetta mezz'ora, nessun uomo o animale ha varcato la porta della stanza.

Nonostante ciò, il pensiero che io possa aver involontariamente spostato l'oggetto, per quanto la mia mente si ribelli all'ipotesi, permane e mi rende semplice obliare l'accaduto.
Ora, nel caso in cui questa circostanza si ripeta, lì prende vita la coincidenza.
Le coincidenze provocano un inusuale timore, per il semplice fatto che siamo abituati a considerare ogni reazione come la conseguenza di una determinata azione. Qualora venga a mancare l'azione e la reazione sia ben evidente, non possiamo fare altro che rimanere spiazzati dinnanzi all'immensa pochezza umana. Ciò che percepiamo è una parte molto limitata del reale, secondo la mia personale visione.

Vi è mai capitato di leggere una parola insolita, ascoltare una vecchia canzone, ritrovare dopo tanto tempo una persona? Ed è mai successo che la stessa parola qualche giorno dopo, o addirittura qualche ora dopo, è stata pronunciata dalla persona con cui vi accingevate a trascorrere una tranquilla serata?
E' mai successo che quella canzone, quella persona, quella strada, siano riapparse dove non dovevano essere, dove non avevano alcun senso di esistere? E tutto ciò vi abbia costretto a dire: 'Ma pensa che coincidenza..'

Vi parlo di coincidenze insensate, casuali e scatenanti, vi parlo di pensieri così veloci e liquidi che è difficile afferrarli. E le mie parole sono solo l'ombra dell'ombra del concetto che vorrei condividere con voi.

Ad ogni modo ho imparato a conviverci e ad amarle come ogni singolo brivido che mi tiene in vita.

Michela Chessa

scritto da Michela Chessa 14:47 - agosto 24 2007
commenti (5)

Categorie: letteratura, deliri, michela chessa

Il titolo più lungo del mondo

Tanto per dare un'idea dell'importanza che può avere un nome, in questo caso un titolo, che poi non ci mostra altro che il peso dell'apparenza, vi propongo questa bizzarra notizia.

Si tratta di un libro, entrato nel Guiness dei Primati (che non è la birra taroccata per le scimmie), per il titolo più lungo del mondo.
Il titolo è : "Per favore dite a mia madre che faccio il pubblicitario lei pensa che sono un pierre e che quindi regalo manciate di free entry e consumazioni gratis a chi mi pare, rido coi vips, i calciatori le veline e le giornaliste, leggo Novella e mi fotografano i paparazzi, entro nei privè saltando la coda, bevo senza pagare, sono ghiotto di tartine e gin tonic, ho la casa piena di oggetti di design, conosco Paris Hilton, Tom Ford ed Emilio Fede, guido lo Z4 nero, ho tante fidanzate, parlo coi giornalisti e ho l’ombrellone fisso a Saint Trop. Per non fare torti a nessuno vesto Armani, D&G, YSL, Ferrè e Moschino, indosso scarpe inglesi, ho la carta di credito corporate che fa molto boss, l’auto aziendale coi sedili in pelle che fa molto chic. In verità invece lavoro alla luce del neon, col computer che si impalla, colleghe ’stressate’ con piglio da manager, nota spese a pie’ di lista, contratto a tre mesi senza buoni pasto…”

L’autore è Davide Ciliberti, che nella sua raccolta di racconti ci presenta con estrema ironia la figura del PR e il suo mondo, quello dei pubblicitari. 

E nonostante il titolo è un tascabile, direi che è geniale..

Michela

scritto da Michela Chessa 19:35 - luglio 30 2007
commenti (5)

Categorie: libri, letteratura, michela chessa

Tristezza europea

"La tristezza europea è pesantissima, ma non si avverte, anzi è ammantata di luci e lusso - avete presente Harrod's a Londra, Rue Montaigne a Parigi, i centri eleganti di Vienna e Monaco di Baviera e Roma, Venezia o Parma, le ville toscane ecc.? - e sempre più mi avverto solo, come se solo io sentissi questa orribile tristezza nello scintillare della ricchezza (altrui), diciamo ambientale. Mi sento piegato, piagato dalla parte opaca del suo umore lussuoso. E' quella che mi opprime. [...] La tristezza europea è fatta di luci e di antiche e nuove ricchezze, ma è come l'inquinamento delle nostre città e dei nostri terreni e fiumi e laghi: annuvola e affligge, sotto e sopra le luci. Se la speranza ci è data solo a favore dei disperati, una speranza può essere quella di cominciare a balbettare il senso del grido dell'orrore e di buttarci (come si viene buttati nell'acqua per imparare a nuotare) nell'incontro interculturale, per decolonizzarci per strada insieme, in corsa. [...] Ci si sente in strada verso una nuova comunità che trascende quelle che esistono e ci rattristano. L'oltranza. [...] L'importante è che ci mettiamo in contatto con gli altri, subito.

( Tratto da "Biblioteca interculturale" di armando gnisci)

scritto da Michela Chessa 18:09 - gennaio 28 2007
commenti

Categorie: citazioni, letteratura, armando gnisci

Contro di me

"Ho smesso di affondare le lamette nelle mie braccia, ho smesso di ferirmi, di malmenare un'anima che è troppo stanca anche di soffrire. Non credere che non abbia rimorsi, che non mi sia punita abbastanza per ogni errore. Errori a volte che nemmeno ho commesso. Ho straziato il mio paradiso di salici lasciandolo lentamente cadere nell'ombra. Straziato al pari della mia pelle è un cuore che non si cura più di rispondere. Pagherò tutto in un altro modo. Nasconderò le cicatrici e avrò pena solo di me stessa. Nasconderò solo il dolore, perchè rimanga stretto a farmi compagnia in notti in cui nemmeno lui riuscirà a capire. Nasconderò le lacrime che non merito di piangere. Come se una momentanea felicità possa ripagarmi del male.

Quella balconata, quella bellissima balconata, arrivo alla ringhiera e non ho nemmeno la forza di guardare sotto, mi accuccio lì aspettando che arrivi a prendermi per mano mio padre. Con il viso nascosto tra le mani."


Anni fa un insano dolore mi violentava l'anima e la scriittura era la mia arma.

Oggi percepisco lontano quel frastuono di urla, lo ricordo come se stessi sognando, immerso in una nebbia narcotizzante.

Rimpiango solo l'impeto, rimpiango il non aver mutato quell'arma in un dono, rimpiango di non saper più gridare. Sento forte l'inutilità di ogni grido, vado avanti per me e un po' contro di me. L'odio ha lasciato il posto alla nausea. Il dolore ad una latente follia, banale ed inflazionata.

Trovo conforto tra le braccia dell'amore, stabile finalmente, e ringrazio me stessa per essere tornata indietro, o forse è meglio dire per essere andata avanti. Un gesto ti sconvolge la vita, ho un ricordo vivido di quell'istante e ho i brividi al pensiero che avrei potuto scegliere di non osare.

Vado avanti per me e contro di me.

© Michela Chessa


( Lorena Rodriguez - Metamorfosis)

scritto da Michela Chessa 11:18 - gennaio 26 2007
commenti (3)

Categorie: letteratura, deliri, michela chessa

Prigione

Vivere una sola vita
in una sola città
in un solo paese
in un solo universo
vivere in un solo mondo
è prigione

Amare un solo amico
un solo padre

una sola madre
una sola famiglia
amare una sola persona
è prigione

Conoscere una sola lingua
un solo lavoro

un solo costume
una sola civiltà
conoscere una sola logica
è prigione

Avere un solo corpo
un solo pensiero
una sola conoscenza
una sola essenza
avere un solo essere
é prigione.

Poesia dal Kenia(Yogo Ngana Ndjock)

scritto da Michela Chessa 18:12 - gennaio 24 2007
commenti (1)

Categorie: poesia, letteratura, yogo ngana ndjock

Posizione eccentrica (fuori dal nostro centro)

Il mio sguardo si sposta da un luogo all'altro e devo ricordarmi che ci sono anch'io su cui farlo scorrere e posare. Il privilegio di questo tipo di atteggiamento può essere qualcosa di molto vicino all'ubiquità. Essere al margine e al centro di volta in volta. Essere il margine e il centro quasi contemporaneamente.
[…] Ma dove osservo? Dove prendo il materiale da osservare? Guardo indietro, guardo il presente, guardo chi ha fatto della mia diversità una colpa, dimenticando la propria; le diversità sono sempre almeno due. Guardo chi ha fatto del colore della mia pelle una malattia; guardo chi, con convinzione, pensa che io debba e possa solo servire. Voglio guardare chi mi scommette contro, come se fossi una posta in gioco. Guardo me che guarda loro che da sempre mi guardano.

( Tratto da "Chiamatemi Negra" Geneviève Makaping)

scritto da Michela Chessa 17:14 - gennaio 24 2007
commenti

Categorie: citazioni, letteratura, geneviève makaping

I migranti

 L’onda della marea dei rifugiati, non un semplice passo di oche selvatiche,
gli occhi di vagoni merci, le facce smunte,
e in particolare lo sguardo fisso dei bambini emaciati,
gli enormi fardelli che traversano i ponti,
gli assali che cricchiano con un suono di giunture e di ossa,
la macchia scura che passa le frontiere sulle carte geografiche e ne dissolve le forme,
come succede ai corpi morti dentro le fosse di calce, o come fa il pacciame luccicante che si disfa sotto i piedi in autunno nel fango,
mentre il fumo di un cipresso segnala Sachenhauser,
e quelli che non stanno sopra il treno,che non hanno muli o cavalli,
e quelli che hanno messo la sedia a dondolo e la macchina per cucire
sul carretto a mano perché da tempo le bestie hanno lasciato i loro campi al galoppo
per tornare alla mitologia del perdono,
alle campane di pietra sui ciottoli della domenica
e al cono della guglia del campanile aranciato che buca le nubi sopra i tigli,
quelli che appoggiano la mano stanca sulla sponda del carro come sul fianco del mulo,
le donne con la faccia di selce
e gli zigomi di vetro, con gli occhi velati di ghiaccio che hanno il colore degli stagni dove posano le anitre, per le quali c’è solo cielo e una sola stagione nel corso di un anno
ed è quando il corvo come un ombrello rotto sbatte le ali,
si sono tutti ridotti alla comune e incredibile lingua della memoria,
e questa gente che non ha una casa e nemmeno una provincia
parla sempre delle fonti limpide e parla delle mele,
e del suono del latte in estate dentro le zangole piene,
e tu da dove vieni, da quale regione, io conosco quel lago e anche le locande, la birra che si beve,
e quelle sono le montagne dove riponevo la mia fede,
e adesso sulla carta, che è simile a un mostro, altro non si vede
che una rotta che ci porta verso il Nulla, anche se sul retro
c’è la veduta di un posto che si chiama Valle del Perdono,
dove il solo governo è quello dell’albero dei pomi e le forze schierate dell’esercito sono gli striscioni d’orzo
all’interno di umili tenute, e questa è la visione
che poco a poco si restringe dentro le pupille
di chi muore e di chi si abbandona in un fosso,
rigido e con la fronte che diventa fredda come le pietre che ci hanno bucato le scarpe e grigia come le nuvole
che, quando il sole si leva, si trasformano subito in cenere
sopra i pioppi e sopra le palme, nell’ingannevole aurora
di questo nuovo secolo che è il vostro.

Santa Lucia, Caraibi 16 giugno 2000

(Estrapolato da 'I migranti')

Derek Walcott

scritto da Michela Chessa 13:20 - gennaio 15 2007
commenti (1)

Categorie: poesia, letteratura, derek walcott